Perché:
Proviamo a usare come unità di misura 30.000 mc.
Per depositare su una spiaggia 30.000 mc prelevandoli da una cava in terra, considerato che un camion porta al massimo circa 30mc, sono necessari 1.000 viaggi.
Per la stessa quantità di 30.000mc prelevati da un deposito sommerso, una draga autocaricante aspira 30.000mc in meno di 3 ore, che possono essere depositati sulla spiaggia via mare con un sistema ad arcobaleno.
I depositi sommersi sono presenti a una profondità di circa 100 m e a una distanza superiore alle 3 Mn; il deposito si trova quindi in un ambiente afotico, cioè privo di luce e quindi con una fauna limitatissime e una flora inesistente. A causa della distanza dalla costa non influenza e non è influenzato da ciò che avviene nell’entroterra.
Altra questione importante per la positiva valutazione ambientale del deposito è la sua condizione RELITTA. La spiaggia attuale ha il proprio limite esterno verso mare, posto in corrispondenza della profondità di chiusura che in Italia è posta all’interno di una fascia compresa tra 6-8 m di profondità a una distanza che nelle condizioni più distali è posta a circa 1 km dalla costa, ma generalmente è entro i 500 m.
I depositi sommersi sono posti a circa 100 m di profondità e a una distanza superiore alle 3 Mn, quindi posti in una posizione (distanza – profondità) completamente avulsa rispetto al contesto costiero.
La qualità delle sabbie si misura in termini di percentuale di quarzo. Non esiste una misura soggettiva, ma più è quarzosa una sabbia, più è matura e quindi potenzialmente stabile per qualsiasi utilizzo. Il materiale che forma le spiagge è quello eroso dai fiumi e depositato in area fociale che poi viene preso in carico dalle correnti litorali e distribuito lungo le coste in funzione della loro morfologia. I reticoli idrologici erodevano ed erodono in affioramenti ricchi di quarzo, da qui la qualità del deposito.
La disponibilità di materiale negli interventi di ripascimento artificiale è un fattore dirimente. Nel recente passato non si sono fatti ripascimenti artificiali puri, cioè senza opere di protezione aggiunte, perché non c’era sufficiente la disponibilità di materiale per il primo intervento e soprattutto non c’era alcuna disponibilità per gli interventi di ricarica.
Per la stessa ragione ci si è orientati verso progetti di ripascimento protetto dove a fronte del 90% delle spese destinate a opere rigide veniva realizzato un ripascimento con materiale poco compatibile proveniente da cava o da altre origini.
I depositi sommersi siciliani e marchigiani si sono formati nel corso dell’ultima deglaciazione, quando grandi quantità d’acqua dovute al progressivo innalzamento della temperatura e a una maggiore umidità del sistema i fiumi hanno eroso e trasportato verso mare sedimenti uguali agli attuali (erodevano le stesse montagne), ma in quantità superiori, formando spiagge di grandi dimensioni (si stima che l’accumulo di origine di spiaggia, in senso lato, potrebbe essere di circa 120 milioni di metricubi.
Alla fine dell’Era Glaciale, tra 20 e 12.000 anni fa (l’inizio della deglaciazione non avvenne in un giorno e, soprattutto all’inizio, non in modo univoco e continuo), le acque continentali erano intrappolate in un grande ghiacciaio che copriva l’Europa e superava le Alpi, mentre il Mediterraneo, al suo picco freddo (20.000 anni fa), era 120 m più basso: la linea di riva era di fatto laddove oggi registriamo la batimetrica di 120 m. Al tempo esisteva una Sicilia 1/3 più larga e lungo queste coste si depositavano spiagge del tutto simili all’attuale (in virtù della Teoria dell’Attualismo). Iniziata la deglaciazione, con il repentino sollevamento del livello marino le spiagge rimangono relitte, sotto il mare, non interessate dai processi dinamici che interessano le fasce costiere.
E’ interessante osservare come la presenza di spiagge attuali del tutto uguali a quelle del passato è giustificabile in base alla Teoria dell’Attualismo (il principio secondo il quale i processi naturali che hanno operato nei tempi passati sono gli stessi che possono essere osservati nel tempo presente), introdotta da Charles Lyell, verso la metà dell’ottocento, per contrastare la tesi del Catastrofismo (che vuole che la Terra sarebbe stata interessata da eventi catastrofici, di breve durata, di carattere violento ed eccezionale), sostenuta da Georges Cuvier.
Oggi, sempre più spesso, per eludere le nostre responsabilità, in termini di pianificazione del territorio, ricorriamo a giustificazioni catastrofiste, naturali o antropogenici, senza considerare che la valutazione della trasformazione andrebbe fatta alla scala temporale della Geologia e non a quella dell’uomo.
